CHI CI STA PER UNO SPAREGGIO?

Pubblicato: 13 dicembre 2012 da fabiole in Bilancio, Economia, Europa

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Ça va sans dire, il primo governo non eletto nella storia della Repubblica italiana è anche il primo a non dimettersi, nonostante il rapido incancrenirsi d’una crisi di governo già conclamata da quasi una settimana ed infatti unanimemente e ripetutamente dichiarata come irrisolvibile.

A questo quadro di grave instabilità politica ed irresponsabilità morale, tra ieri ed oggi si è aggiunto un nuovo tassello: la formalizzazione da parte delle Camere dei Deputati e del Senato delle “dimissioni silenziose” del capo del governo Mario Monti.

In effetti, entrambe le Camere del Parlamento hanno deciso di sospendere de facto la propria attività legislativa, ad eccezione della imminente, cruciale approvazione della ”legge di stabilità” (ovvero la “finanziaria”), a seguito della quale Monti dovrebbe ufficializzare le proprie dimissioni recandosi secondo prassi a colloquio con il Presidente della Repubblica.

Concretamente, tale sospensione comporta che un certo numero di provvedimenti approvati dalla Camera dei deputati e in calendario al Senato non saranno da quest’ultimo né discussi, né votati.

Si tratta di uno stop importante, poiché alcune delle leggi il cui iter di approvazione ha improvvisamente imboccato la via del binario morto sono tra le più contestate del governo non eletto e non dimessosi, per esempio i provvedimenti relativi all’abolizione delle province e all’introduzione nella carta costituzionale dell’obbligo di pareggio per il bilancio dello Stato (per recepire il cosiddetto “Fiscal Compact”, ratificato l’estate scorsa dal Parlamento).

In particolare, la già avvenuta modifica dell’art. 81 della Costituzione per avere realmente effetto necessita dell’approvazione di un ulteriore disegno di legge “attuativo”, il cui testo è stato licenziato a larga maggioranza dalla sola Camera ed è attualmente in giacenza al Senato.

Tuttavia, oggi la riunione dei capigruppo ha deciso che il Senato non voterà il disegno attuativo.

Ciò significa che fin’ora nessun organo d‘informazione e nessuna forza politica seduta in Parlamento ha mai ritenuto opportuno segnalare e spiegare ai cittadini l’esistenza d’un ulteriore passaggio legislativo fondamentale per rendere operativo l’obbligo di quel pareggio di bilancio foriero di continui tagli a salari, servizi e pensioni: un passaggio che evidentemente nessun organo d’informazione e nessun partito avevano intenzione di complicare o bloccare.

Ciò significa che la prossima finanziaria (che sarà presentata in Senato mercoledì prossimo e quando approvata dovrebbe sancire la fine del (primo?) governo-Monti) potrebbe teoricamente essere riscritta senza tener conto del vincolo imposto dal nuovo art. 81 della Costituzione.

Ciò significa che dopo le elezioni del 2013, il futuro Parlamento avrà inevitabilmente tra i primi punti della sua agenda legislativa proprio il disegno attuativo del Fiscal Compact e potrà quindi decidere se rendere attuativo l’obbligo costituzionale del pareggio di bilancio oppure no, così vanificando il lavoro che negli ultimi mesi il governo non eletto e non dimesso ha solertemente compiuto per introdurre nell’ordinamento giuridico italiano una delle costrizioni più anti-democratiche e recessive stabilite dal Fiscal Compact.

Ça va sans dire, considerata la prostrazione ideologica di tutti i partiti odierni al dogma del liberismo targato troika, c’è un solo soggetto politico in lizza per il sempre più vicino appuntamento elettorale che ha la possibilità e le qualità per adottare da subito come punto programmatico della sua prossima azione in Parlamento l’impegno a non far approvare e comunque votare contro il disegno attuativo del pareggio di bilancio: che non casualmente si definisce come un movimento, anzi come l’unico non-partito della competizione elettorale.

I candidati che tale movimento ha selezionato tramite lo strumento delle “parlamentarie” sono disposti ad assumersi questo compito? (dm)

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