1 Maggio 2013: Coniugare lavoro e decrescita è l’unica via d’uscita

Pubblicato: 1 maggio 2013 da fabiole in ambiente, decrescita, democrazia, diritti, Economia, politica

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A partire dalla sua lontana e sanguinosa istituzione, la giornata del primo maggio di quest’anno rappresenta forse il momento di più particolare di riflessione, in tempi di recessione innanzitutto culturale e poi anche economica.

Riflettere sulla giornata internazionale della festa del lavoro implica non aver dimenticato che questo è il giorno in cui ci si riunisce per ricordare la fondamentale importanza dei movimenti operai, sindacali e politici nati nelle seconda metà del XIX° secolo nella costruzione del “mondo nuovo” dei lavoratori: un mondo che da fine ‘800 alla Seconda Guerra Mondiale significò innanzitutto riduzione dell’orario di lavoro, miglioramenti salariali e progresso delle condizioni di vita dei lavoratori e delle loro famiglie in ogni parte del mondo. Dal secondo dopoguerra alla fine del XX° secolo, in quasi tutti i Paesi europei e nordamericani ed oltre i confini del ricco Occidente imperialista, grande fu il traguardo che i lavoratori riuscirono a conseguire, resistendo alla repressione violenta e spesso mortale dei suoi protagonisti più brillanti e attivi: nacquero le repubbliche a sovranità popolare, le democrazie parlamentari e il “welfare state” che realizzarono il mondo nuovo, dimostrando ch’esso era sempre stato non un illusorio sogno o una vana speranza ma un’idea concretizzabile e portatrice di benessere per tutti.

Oggi, nell’annus horribilis 2013, quel mondo nuovo è ormai da tempo divenuto un mondo vecchio. Nell’anno che sancisce il passaggio alla povertà di decine di milioni di persone che vivono in Europa a causa della disoccupazione e della precarietà, celebrare il primo maggio comporta il porsi ancora una volta di fronte l’obiettivo di sempre: costruire il nuovo mondo nuovo, apprendendo dalle vittorie delle tante lotte ovunque condotte per l’emancipazione, la libertà e la giustizia e imparando dalla sconfitta dei continuatori di tali lotte, che sono ormai un patrimonio del passato che perciò non va rinnegato e disperso, bensì conosciuto e tramandato.

Di queste lotte del passato, a motivarci nel ricominciare a plasmare il presente ed ad illuminare di una luce diversa il nostro futuro potrebbero essere soprattutto due cruciali battaglie: la riduzione dell’orario di lavoro e la garanzia di fondamentali forme di protezione sociale quali i sussidi e i servizi.

Di fronte alle convulsioni di un capitalismo neo-liberista, finanziario e guerrafondaio che non riesce più neanche ad assicurare i tradizionali, minimi e persuasivi privilegi per pochi (in primis, le centinaia di milioni di lavoratori occidentali) per perpetrare la schiavizzazione e lo sfruttamento dei molti (i cinque miliardi e mezzo di esseri che vivono nel mondo, la metà dei quali sopravvivendo con meno di un dollaro al giorno tra miseria, dolore e ignoranza), chi si batte o intende battersi per i diritti propri e altrui, per fermare la sopraffazione dei rapinatori globali (i proprietari privati ultimi della proprietà di banche, corporations e fondi) e la loro guerra non dichiarata a chi vive di lavoro salariato perché privo di qualunque altro mezzo di sussistenza deve domandarsi: attorno a quale ideale comune e condiviso occorre ri-formare e ri-organizzare la volontà e la forza della classe lavoratrice italiana, greca, tedesca, cinese, cilena, congolese, indonesiana,… mondiale?

La risposta non è facile, specie considerata la dominante, profonda confusione culturale che si traduce in subalternità politica, divisione sociale e indifferenza individuale.

Eppure la risposta esiste ed è una e una soltanto: la nostra volontà e la nostra forza di lavoratori e di classe lavoratrice deve ritornare ad essere il miglioramento della nostra condizione, in una situazione di estrema debolezza e completa inefficacia delle nostre usuali modalità di pensiero e d’azione.

Istituire il salario minimo garantito per chiunque non abbia altra fonte di reddito ad esclusione del salario ricevuto in cambio del suo lavoro è una delle due priorità fondamentale attorno alla quale riorganizzarsi, così permettendo a tutti i lavoratori adesso esclusi e in via di emarginazione dal dibattito sul presente e sul futuro di informarsi, partecipare e mobilitarsi, nonostante la mancanza del bene più importante per la sopravvivenza del corpo e l’emancipazione della mente: il lavoro.

Ridurre l’orario di lavoro è invece la seconda priorità fondamentale per affermare gli interessi della maggioranza a scapito di quelli della minoranza della popolazione globale, ridistribuendo il sempre più scarso, malsano e inquinante lavoro già esistente tra i lavoratori. Chiunque lavori singolarmente vivendo meglio collettivamente (poiché con maggior tempo ed energia a disposizione per gli affetti e le passioni) e tutti si lavori per produrre e consumare quanto basta a soddisfare i bisogni veri dell’uomo, della società e della natura, rifiutando il superfluo del consumismo e la rigettando propaganda dello spettacolo.

La riduzione dell’orario di lavoro e l’istituzione del salario minimo garantito sono i due pilastri sui quali si regge la soluzione non-capitalistica della crisi in corso: la decrescita, ovvero la necessaria e radicale riorganizzazione della società umana che ridiscuta e rivoluzioni l’odierno sistema di produzione e consumo, entrambi ancora incentrati su un’egoista logica mirante a soddisfare un unico proposito: la crescita infinita dell’accumulazione di capitale e della compromissione della biosfera, a scapito della coesione di sempre più popoli entro le loro nazioni, della sostenibilità nell’uso delle risorse tra nazioni e della pace nella loro condivisione tra i popoli della Terra.

Festeggiare il primo maggio, quindi, è un coraggioso atto di solidarietà verso chi già lotta e un lungimirante atto d’impegno per unirsi a quella lotta, aiutando a resistere allo sfascio di centocinquant’anni di vittorie dei lavoratori e contribuendo alla conquista della dignità e della felicità di poter capire il presente e decidere il futuro.

Il mondo nuovo è già qui ora, e non si chiama austerity, sacrificio e mercato: la decrescita deve esser il baricentro del nuovo movimento dei lavoratori d’oggi e decrescista deve esser il mondo nuovo di domani.

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commenti
  1. fausto ha detto:

    Più banalmente, nella Repubblica fondata sul lavoro a chi è venuto in mente di tassare i redditi da lavoro al 23-27% e l’eredità ricevuta dalla zia al 6%? Disegno perverso o follia demenziale?

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