Archivio per la categoria ‘decrescita’

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https://fabriziobiole.org/2013/05/09/marcia-no-inc-da-beinasco-a-torino-sabato-11-maggio/

 

GC11_misure giornodi Fabrizio Biolé

Il Gruppo Progetto Partecipato aderisce e partecipa alla marcia in sostegno alla lotta contro l’inceneritore del Gerbido e nell’ottica della strategia Rifiuti Zero, che si terrà sabato 11 maggio da Beinasco a Torino. Il ritrovo per tutti è in piazza Dolci a Beinasco per le h 14.30, da dove ci si muoverà verso Torino, attraversando Corso Orbassano, via Filadelfia, Corso Agnelli, l’arrivo è previsto in Piazza d’Armi a Torino.

Il fondo Progetto Partecipato ha aderito al sostegno economico della campagna “5 € per difenderci dall’inceneritore” proposta dal coordinamento No-Inc di Torino e relativa al monitoraggio del deposito di sostanze tossiche e metalli pesanti nei tessuti umani.

Inoltre sollecito tutti i cittadini torinesi e piemontesi, attenti all’ambiente, alla salute e alla corretta gestione dei rifiuti, a partecipare alla marcia e a sottoscrivere la Legge d’Iniziativa Popolare “Rifiuti Zero”.

loghidi Gruppo Consiliare Progetto Partecipato

A partire dalla sua lontana e sanguinosa istituzione, la giornata del primo maggio di quest’anno rappresenta forse il momento di più particolare di riflessione, in tempi di recessione innanzitutto culturale e poi anche economica.

Riflettere sulla giornata internazionale della festa del lavoro implica non aver dimenticato che questo è il giorno in cui ci si riunisce per ricordare la fondamentale importanza dei movimenti operai, sindacali e politici nati nelle seconda metà del XIX° secolo nella costruzione del “mondo nuovo” dei lavoratori: un mondo che da fine ‘800 alla Seconda Guerra Mondiale significò innanzitutto riduzione dell’orario di lavoro, miglioramenti salariali e progresso delle condizioni di vita dei lavoratori e delle loro famiglie in ogni parte del mondo. Dal secondo dopoguerra alla fine del XX° secolo, in quasi tutti i Paesi europei e nordamericani ed oltre i confini del ricco Occidente imperialista, grande fu il traguardo che i lavoratori riuscirono a conseguire, resistendo alla repressione violenta e spesso mortale dei suoi protagonisti più brillanti e attivi: nacquero le repubbliche a sovranità popolare, le democrazie parlamentari e il “welfare state” che realizzarono il mondo nuovo, dimostrando ch’esso era sempre stato non un illusorio sogno o una vana speranza ma un’idea concretizzabile e portatrice di benessere per tutti.

Oggi, nell’annus horribilis 2013, quel mondo nuovo è ormai da tempo divenuto un mondo vecchio. Nell’anno che sancisce il passaggio alla povertà di decine di milioni di persone che vivono in Europa a causa della disoccupazione e della precarietà, celebrare il primo maggio comporta il porsi ancora una volta di fronte l’obiettivo di sempre: costruire il nuovo mondo nuovo, apprendendo dalle vittorie delle tante lotte ovunque condotte per l’emancipazione, la libertà e la giustizia e imparando dalla sconfitta dei continuatori di tali lotte, che sono ormai un patrimonio del passato che perciò non va rinnegato e disperso, bensì conosciuto e tramandato.

Di queste lotte del passato, a motivarci nel ricominciare a plasmare il presente ed ad illuminare di una luce diversa il nostro futuro potrebbero essere soprattutto due cruciali battaglie: la riduzione dell’orario di lavoro e la garanzia di fondamentali forme di protezione sociale quali i sussidi e i servizi.

Di fronte alle convulsioni di un capitalismo neo-liberista, finanziario e guerrafondaio che non riesce più neanche ad assicurare i tradizionali, minimi e persuasivi privilegi per pochi (in primis, le centinaia di milioni di lavoratori occidentali) per perpetrare la schiavizzazione e lo sfruttamento dei molti (i cinque miliardi e mezzo di esseri che vivono nel mondo, la metà dei quali sopravvivendo con meno di un dollaro al giorno tra miseria, dolore e ignoranza), chi si batte o intende battersi per i diritti propri e altrui, per fermare la sopraffazione dei rapinatori globali (i proprietari privati ultimi della proprietà di banche, corporations e fondi) e la loro guerra non dichiarata a chi vive di lavoro salariato perché privo di qualunque altro mezzo di sussistenza deve domandarsi: attorno a quale ideale comune e condiviso occorre ri-formare e ri-organizzare la volontà e la forza della classe lavoratrice italiana, greca, tedesca, cinese, cilena, congolese, indonesiana,… mondiale?

La risposta non è facile, specie considerata la dominante, profonda confusione culturale che si traduce in subalternità politica, divisione sociale e indifferenza individuale.

Eppure la risposta esiste ed è una e una soltanto: la nostra volontà e la nostra forza di lavoratori e di classe lavoratrice deve ritornare ad essere il miglioramento della nostra condizione, in una situazione di estrema debolezza e completa inefficacia delle nostre usuali modalità di pensiero e d’azione.

Istituire il salario minimo garantito per chiunque non abbia altra fonte di reddito ad esclusione del salario ricevuto in cambio del suo lavoro è una delle due priorità fondamentale attorno alla quale riorganizzarsi, così permettendo a tutti i lavoratori adesso esclusi e in via di emarginazione dal dibattito sul presente e sul futuro di informarsi, partecipare e mobilitarsi, nonostante la mancanza del bene più importante per la sopravvivenza del corpo e l’emancipazione della mente: il lavoro.

Ridurre l’orario di lavoro è invece la seconda priorità fondamentale per affermare gli interessi della maggioranza a scapito di quelli della minoranza della popolazione globale, ridistribuendo il sempre più scarso, malsano e inquinante lavoro già esistente tra i lavoratori. Chiunque lavori singolarmente vivendo meglio collettivamente (poiché con maggior tempo ed energia a disposizione per gli affetti e le passioni) e tutti si lavori per produrre e consumare quanto basta a soddisfare i bisogni veri dell’uomo, della società e della natura, rifiutando il superfluo del consumismo e la rigettando propaganda dello spettacolo.

La riduzione dell’orario di lavoro e l’istituzione del salario minimo garantito sono i due pilastri sui quali si regge la soluzione non-capitalistica della crisi in corso: la decrescita, ovvero la necessaria e radicale riorganizzazione della società umana che ridiscuta e rivoluzioni l’odierno sistema di produzione e consumo, entrambi ancora incentrati su un’egoista logica mirante a soddisfare un unico proposito: la crescita infinita dell’accumulazione di capitale e della compromissione della biosfera, a scapito della coesione di sempre più popoli entro le loro nazioni, della sostenibilità nell’uso delle risorse tra nazioni e della pace nella loro condivisione tra i popoli della Terra.

Festeggiare il primo maggio, quindi, è un coraggioso atto di solidarietà verso chi già lotta e un lungimirante atto d’impegno per unirsi a quella lotta, aiutando a resistere allo sfascio di centocinquant’anni di vittorie dei lavoratori e contribuendo alla conquista della dignità e della felicità di poter capire il presente e decidere il futuro.

Il mondo nuovo è già qui ora, e non si chiama austerity, sacrificio e mercato: la decrescita deve esser il baricentro del nuovo movimento dei lavoratori d’oggi e decrescista deve esser il mondo nuovo di domani.

marciadi Fabrizio Biolé

Domenica 21 aprile parteciperò, anche come concreto sostenitore dell’evento, alla Marcia per la Terra per la salvaguardia dei terreni liberi e fertili, organizzata dal Forum italiano dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio.

Sarò presente anzitutto per ribadire che le istituzioni, ad ogni livello, hanno ormai il dovere morale di abbandonare nei fatti metodi e iniziative volte alla cementificazione ed allo sfruttamento indiscriminato del territorio a scopo speculativo, abbracciando invece concretamente strategie virtuose e sinergiche di tutela del paesaggio e promozione di una corretta gestione in armonia con la natura.

Non causalmente la manifestazione si terrà a Cuneo, città simbolo di un consumo indiscriminato del suolo, che nasce da ipotesi sovradimensionate di sviluppo del tessuto urbano, quando buona parte del costruito è di fatto inutilizzato; formalmente mi impegno, insieme a molti altri citadini e associazioni, a fermare, con ogni mezzo pacifico, l’ennesimo potenziale scempio del territorio cuneese: il devastante lotto 1.6 della inutilizzata bretella dell’A33, il quale, per posizione, costi e impatto, darebbe il colpo di grazia a buona parte della pianura fertile a nord della citttà, cancellando strade vicinali, tagliando canali irrigui, consumando irreversibilmente ettari di terra cuneese, per la spropositata cifra di oltre 150 milioni di euro per sette chilometri, a suggello del demenziale sillogismo “grandi opere=sviluppo”.

La Marcia rappresenta un’importante occasione di partecipazione popolare, strettamente collegata ai temi per cui recentemente ho presentato un ordine del giorno sugli inevitabili limiti della crescita e sul rapporto tra le azioni antropiche e le leggi che giocoforza governano la natura.

Sottolineo infine che alla manifestazione i cittadini cuneesi potranno sottoscrivere la legge di iniziativa popolare nazionale “rifiuti zero”.

terradi Fabrizio Biolé

Martedì 23 aprile alle 13 presso la Sala dei Presidenti di Palazzo Lascaris presenterò alla stampa, alla presenza del Professor Luca Mercalli e dell’Ingegner Angelo Tartaglia, il mio Ordine del Giorno (sottoscritto già da diversi altri colleghi consiglieri, quali Monica Cerutti, Tullio Ponso, Angela Motta)  “La Terra non si governa con l’economia. Le leggi della natura prevalgono su quelle dell’uomo”, col quale intendo impegnare il Consiglio Regionale ad affrontare finalmente la non più rimandabile questione posta nell’omonimo appello a gennaio 2013 da più di 460 docenti e ricercatori italiani attivi nel Paese e all’estero, primi tra tutti proprio Mercalli e Tartaglia.

L’appello costituisce, a mio avviso, un esempio di alta onesta intellettuale e grande coraggio – circostanza rara in questo periodo di oscurantismo culturale e tecnicismo istituzionale – perché rompe il lungo, assordante silenzio sullo stato della situazione globale nell’attuale epoca storica.

Si tratta di una situazione allarmante e in rapido deterioramento, considerando le principali tendenze generali in corso come: l’aumento della popolazione, il riscaldamento climatico, la perdita di biodiversità, l’esaurimento delle risorse, l’instabilità politica, la carenza alimentare, la distruzione di suolo fertile, l’accumulo di rifiuti tossici e l’inquinamento persistente nell’aria, nelle acque e nei suoli oltre alla scarsità d’acqua potabile.

Significativamente, l’appello contiene anche una denuncia chiara del dominio culturale del dogma della crescita: crescita della finanza come unica modalità di progresso, crescita della ricchezza come forzata unità di misura del benessere, crescita della produzione come unico rimedio alla delocalizzazione, crescita dei consumi come unica soluzione allo smantellamento industriale.

Nonostante la complessità e la quasi irreversibilità dei processi in atto nel mondo sociale e naturale, la  crescita è, infatti, in ogni campagna elettorale e nelle dichiarazioni ufficiali prospettata come l’unica soluzione possibile ed efficace alla crisi in atto.

In disaccordo con il pensiero unico “crescista”, Mercalli, Tartaglia e gli altri firmatari auspicano e chiedono di prendere in considerazione un radicale cambio di paradigma culturale. In particolare, come ripreso dal mio Ordine del Giorno relativamente al’istituzione di competenza, propongono di aprire un dibattito pubblico, rigoroso e documentato sulla situazione, anzitutto riconsiderando un punto di vista ad oggi sistematicamente e volontariamente escluso dal dibattito main-stream dei media: quello della decrescita.

Il concetto che più intendo sottolineare è la solo apparente aleatorietà dei concetti espressi nell’appello, rispetto alla contingenza legata alle grandi problematiche che affliggono la società piemontese e italiana: niente di più falso! Cambiare punto di vista come rappresentante istituzionale, così come cittadino, rende molto più affrontabili anche le questioni più concrete, non fosse altro che per le soluzioni “laterali” che in questo modo si riesce ad elaborare.

L’invito è dunque per martedì 23 aprile alle 13 in Sala dei Presidenti, via Alfieri 15, Torino.

incdi Gruppo Consiliare Progetto Partecipato

Il 30 aprile 2013 presumibilmente entrerà in funzione l’inceneritore di rifiuti cosiddetto del Gerbido, progettato, costruito e gestito da TRM (società pubblica di diritti privato) e il cui costo è di circa 450 milioni di euro di fondi pubblici, attraverso il sistema del project financing che vizia ogni tentativo di diminuzione della produzione di rifiuti e buona parte della filiera della raccolta differenziata, per non parlare dell’installazione di impianti per il trattamento a freddo, in quanto all’impianto deve essere garantito un quantitativo di rifiuti pari a 420 mila tonnellate l’anno.

L’inceneritore, impropriamente ed inganevolmente definito “termovalorizzatore”, rappresenta la fase terminale di “smaltimento” dei rifiuti, ovvero nella pratica la trasformazione dei rifiuti solidi residui dalla raccolta differenziata in sostanze volatili – quindi a maggior diffusione – pericolose per l’ambiente e la salute umana (diossine, furani, polveri ultrafini, metalli pesanti come arsenico, cadmio, cromo, mercurio, piombo, ecc.) in quanto assumibili per via aerea.

La concentrazione di sostanze nocive si accumula inoltre nei tessuti attraverso i vari passaggi della catena alimentare (suolo, vegetali, animali, uomo), provocando danni alla salute umana.

Oltre a fumi e polveri volatili, l’incenerimento produce comunque un 31% di rifiuti da smaltire in discarica, di cui il 24% come inerti e il 7% di ceneri tossiche che vanno in stoccaggi dedicati per rifiuti pericolosi.

Gli unici vantaggi di un “mostro” come quello del Gerbido sono quelli economici, enormi per chi concorre ala sua costruzione e alla sua gestione, infatti i cittadini ci rimetteranno risorse (soldi pubblici) e salute, i Comuni saranno indebitati per molti anni e l’ambiente ci rimettera in termini di inquinamento dell’aria e del suolo. In più la garanzia di ciclo continuo si avrà solo con la combustione di enormi quantità di gasolio e derivati del petrolio.

Per questo la politica dello smaltimento tramite incenerimento non avrebbe alcun senso se non fosse viziata dagli incentivi e dall’ottusità di molti amministratori.

Sarà l’ARPA Piemonte a gestire tra le altre cose il sistema di monitoraggio e controllo dell’aria nella zona del Gerbido. Ma, per poter garantire risultati oggettivi e affidabili, vista l’ormai presumibile impossibilità di impedire l’accensione dell’impianto, a partire dal 16 febbraio, il Coordinamento No Inceneritore – Rifiuti Zero di Torino ha avviato una nuova campagna per denunciare i danni alla salute e all’ambiente che provocherà l’inceneritore del Gerbido.

Si tratta di una raccolta fondi tra tutti i cittadini (indicativamente sono sufficienti 5 euro a testa) per finanziare uno studio indipendente sulla concentrazione di metalli pesanti nell’organismo umano, attraverso una prossima raccolta dati sulla popolazione infantile che vive nella zona adiacente all’inceneritore, indicativamente tra i 3 e i 6 chilometri di distanza, zona più a rischio secondo la pur scarsa letteratura pregressa.

La correttezza e la scientificità dello studio verrà certificata dai medici dell’ISDE (Associazione Medici per l’Ambiente) mentre il finanziamento da parte della cittadinanza sarà garanzia di un’azione obiettiva e indipendente.

Se verranno riscontrati aumenti di tali sostanze, nel tempo saranno avviate nuove azioni legali che utilizzeranno questi dati scientifici per formalizzare la dimostrazione che la salute peggiora proprio a causa dell’inceneritore.

Il Coordinamento No Inceneritore Rifiuti Zero sarà dunque pronto e attrezzato per denunciare con prove certe i danni patologici, inchiodando alle proprie responsabilità anche gli amministratori degli Enti Locali, in particolare i sindaci, cui spetta il compito istituzionale di tutori della salute dei cittadini.

La raccolta fondi del Coordinamento No Inceneritore Rifiuti Zero, cui ho voluto contribuire con una somma del conto Progetto Partecipato sarà organizzata con gazebo in varie parti della città di Torno e nel circondario, iniziative pubbliche e incontri sul territorio. Tra le prossime ritengo utile segnalare l’assemblea di giovedì 14 marzo alle  21 a Rivalta organizzata dalla stessa aministrazione comunale. Si terrà al Centro Incontri “Il Mulino” in via Balegno 2.

Sul sito  www.rifiutizerotorino.info il calendario completo e la possibilità di contribuire online tramite versamento con Paypal.

Fermiamo tutti assieme questa politica assassina!

Il dovere di conoscere!

Pubblicato: 22 febbraio 2013 da fabiole in ambiente, decrescita, democrazia, diritti, notav, politica
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mediadi Gruppo Consiliare Progetto Partecipato

Il Gruppo Progetto Partecipato sostiene l’incontro che si terrà sabato 23 febbraio 2013 dalle 9,30, al Cinema Massimo di via Verdi 18 a Torino.

Il movimento NOTAV organizza un’assemblea pubblica su una doppia truffa: quella del Treno Alta Velocità e quella del processo a chi denuncia l’inutilità dell’opera e si oppone alla sua costruzione.

Il titolo dell’assemblea è “La città deve sapere”: la cittadinanza deve sapere che il TAV è una doppia truffa!

Da una parte, lo Stato utilizza decine di miliardi di euro provenienti dalle tasse dei cittadini non per affrontare la crisi in atto creando occupazione e aiutando disoccupati e lavoratori in difficoltà, non per risolvere la crisi in atto investendo in salute, scuola, ricerca e socialità ma per realizzare un’infrastruttura non sostenibile, dannosa e inutile:

–          Non sostenibile poiché i lavori devastano il territorio di una valle alpina il cui ecosistema è già irrimediabilmente compromesso da una linea ferroviaria, un’autostrada e due strade statali, inquinando ed esponendo la popolazione locale ad un comprovato rischio-amianto.

–          Dannosa essendo una spesa che alimenta un giro d’affari a esclusivo beneficio delle imprese appaltanti, sub-appaltanti e fornitrici e non per la comunità valsusina e italiana, fornendo un richiamo irresistibile per investimenti a dir poco di dubbia provenienza.

–          Inutile perché sebbene sia stata costosamente ammodernata, la linea ferroviaria esistente è ampiamente sotto-utilizzata e ormai da anni registra un decremento del volume di traffico passeggeri e merci.

Oltre ad essere una truffa in sé, il TAV è anche e soprattutto una truffa per sé: è la truffa alla democrazia. Non è democratica, infatti, una società che taglia servizi vitali per i cittadini e spende per opere non sostenibili, dannose e inutili. Non è democratica una società che spende per inaffidabili aerei militari mentre aumenta le imposte addirittura tassando in modo crescente un bene primario come la casa. Non è democratica una società che costringe ogni generazione a sacrifici e austerità, spendendo allo stesso tempo la ricchezza prodotta dai cittadini stessi per pagare gli interessi d’un debito non contratto da loro e del quale non conoscono i creditori.

I responsabili arricchiti e impunti di questa doppia truffa chiamano “violenza” e “disordine pubblico” il dissenso e la manifestazione del dissenso, reprimendo con la militarizzazione i cittadini che sempre più numerosi denunciano, opponendosi a una decisione che ignora la volontà popolare, benché assunta da chi il popolo dovrebbe rappresentarlo: il Parlamento.

Lo stesso Parlamento che, dopo più d’un anno d’occupazione da parte d’un governo non eletto e quindi illegittimo, grazie alla “truffa delle truffe” che gli arricchiti e gli impuniti chiamano “legge elettorale” sta apprestandosi con le imminenti elezioni nazionali ad essere nuovamente occupato, da parte d’una presumibile maggioranza che, per quanto forse diversa nella forma, non muterà certo nella sostanza: per esempio proprio perseguendo ed intensificando l’occupazione militare della Valle di Susa per reprimerne il dissenso e l’opposizione al TAV.

Sabato prossimo, i magistrati Livio Pepino e Ferdinando Imposimato ci parleranno di truffe, di civiltà e di futuro con alcuni esponenti del movimento NOTAV e con tutti coloro che vogliono informarsi e agire nel nome della difesa del territorio, dell’ambiente e della democrazia.

“Diffida della falsa conoscenza, è molto peggiore dell’ignoranza.”

 George Bernard Shaw

P.S: I legali del legal team NoTav lavorano quotidianamente in modo gratuito come militanti, ma i costi vivi sono molto alti.
Io ho appena versato un piccolo contributo alla causa dal Conto Progetto Partecipato. Fatelo anche voi, se condividete:

c.c.p. 1004906838

IBAN: IT22L0760101000001004906838

Intestazione: Pietro Davy.

terradi Gruppo Consiliare Progetto Partecipato

Il paradigma culturale dominante della nostra epoca è:l’aumento e la diffusione del benessere è possibile esclusivamente con la crescita degli indici di produzione e consumo.

Due considerazioni conseguono da tale assunto:

1)      se non c’è crescita, non c’è benessere: questa situazione è chiamata “crisi”

2)      se si vuole di nuovo il benessere, bisogna crescere: questa è l’unica soluzione atta a risolvere la “crisi”

Questa costruzione sillogistica “la crescita ci ha fatti vivere bene” – “se adesso viviamo male è perché non c’è più crescita” – “se vogliamo viver bene dobbiamo ritornare a crescere” è un paradigma culturale: a suo suffragio, infatti, centinaia di milioni di articoli sono stati scritti da accademici, politici e intellettuali dalla fine della Seconda Guerra Mondiale fino ad oggi, cioè nel periodo storico iniziato con la poderosa ascesa della parabola della crescita – materiale prima, finanziaria poi – ed oggi contrassegnato da una crisi che segna la fine di quella parabola.

Tale paradigma culturale, inoltre, è dalla Seconda Guerra Mondiale dominante su ogni altro, per due essenziali ragioni.

Da una parte, tranne rare ed effimere eccezioni, i media e i governi hanno sistematicamente sempre criticato e avversato chi durante la fase del benessere sosteneva che quello della crescita non fosse l’unico modello di produzione e consumo possibile: per esempio, perché non sostenibile umanamente, a causa dell’alto costo inflitto alla maggioranza dell’umanità da un sistema concepito per garantire benessere esclusivamente ad una minoranza dell’umanità.

Dall’altra parte, tranne rare ed effimere eccezioni, dall’inizio della crisi i media e i governi hanno sistematicamente sempre criticato e avversato chi sostiene che per risolvere la crisi occorre considerare non solo i fattori umani bensì anche ambientali: ovvero, il costo inflitto alla natura per far ripartire un sistema concepito per concentrarsi sui bisogni della produzione e del consumo dell’umanità senza neanche verificarne gli effetti sulla propria specie – in primis squilibri demografici e di qualità della vita, nonché guerre, carestie ed emigrazioni – sugli altri esseri viventi del pianeta – animali e piante – sugli ecosistemi – oceani, foreste, ghiacciai, barriere coralline ecc. e sui cicli biologici – per esempio, quello dell’ossigeno e dell’anidride carbonica o quello della riproduzione delle specie.

Con un appello sintetico e documentato, un gruppo di scienziati e ricercatori italiani (tra cui Luca Mercalli, Presidente della Società Meteorologica Italiana, e Angelo Tartaglia, docente al Politecnico di Torino) sfida il paradigma dominante: sfida il dogma della crescita, affermando che non vi può essere una crescita infinita – cioè senza limiti nel tempo e nello spazio – in un mondo di risorse finite – ovvero sono presto o tardi soggetto comunque all’esaurimento, a prescindere dalle tecniche ideate e usate per prevenirlo, controllarlo o nasconderlo.

Nessuno delle centinaia di firmatarie e dei centinaia di firmatari dell’appello “La Terra non si governa con l’economia. Le Leggi di natura prevalgono sulle leggi dell’uomo” si propone di dissimulare la gravità e la vastità della crisi in corso.

Tutt’altro.

Il loro primo intento è quello d’informare sull’esistenza d’una crisi più complessa e grave di quella che ci viene presentata come una crisi semplicemente economica, o culturale o politica o sociale o tutte queste tipologia di crisi insieme.

Ampliando ulteriormente il campo d’indagine, essi affermano piuttosto che l’attuale crisi sia anche economica, culturale, politica e sociale ma innanzitutto si manifesti come crisi ambientale, una crisi per altro sempre più nefasta ed irreversibile mese dopo mese.

La crescita, essi affermano, è il paradigma fondante i “programmi dei governi”. Se prima della crisi la crescita economica comportava la decrescita della naturalità del pianeta, con “costi immani”, essi notano come a partire dal 2008 “le risorse finanziarie degli Stati sono insufficienti” a sostenere la crescita. Oltre che risultare costosi ed inefficienti, i programmi dei governi basati sulla crescita sono “irrealizzabili a causa dei limiti fisici del pianeta”.

Tuttavia, prendendo atto del fatto che la questione della sostenibilità ambientale sia stata “estremamente marginale nelle politiche nazionali degli ultimi 20 anni” e sia “oggi assente dalla campagna elettorale”, i promotori e firmatari dell’appello avanzano una proposta chiara e urgente.

Poiché il “complesso di leggi naturali che governa insindacabilmente il pianeta da 4,5 miliardi di anni non è disponibile a negoziati e non attende le decisioni umane”, l’appello avanza la richiesta precisa e forte di un “confronto rigoroso e documentato con tutte le discipline che riguardano i fattori fondamentali che consentono la vita sulla Terra – i flussi di energia e di materia – e non soltanto i flussi di denaro che rappresentano una sovrastruttura culturale dell’Umanità ormai completamente disconnessa dalla realtà fisico-chimico-biologica”.

A noi la scelta: se accettare il paradigma dominante, con la sua intrinseca insostenibilità umana ed ambientale e la sua crisi non risolvibile ricorrendo nuovamente alla crescita, a differenza purtroppo di come ostinatamente i governi decidono d’agire.

Oppure sfidare l’idolo della crescita: sulla base di dati certi, non di “cortine d’indifferenza” determinate dalla propaganda dei media.

Smettere di credere nel mito della crescita può forse non esser l’antidoto alla pericolosa crisi che l’umanità e il pianeta stanno attraversando: sicuramente, cambiare il nostro paradigma è il primo passo per costruire un mondo più a misura di chi ci vive – uomini, animali, piante, ecosistemi, ecc. – e non di beni senza vita come il denaro.

Condivido appieno questa proposta al confronto.  Perciò ho depositato un ordine del giorno.

Ritengo infatti che il Consiglio regionale debba attivarsi per garantire questo confronto, così strategico per il nostro presente e vitale per il nostro futuro: tra chi difende il fallimentario e crudele paradigma dominante all’origine della crisi in corso e chi vuole invece costruire qui e subito un’alternativa, oltre il dogma della crescita infinita che assicura profitto infinito per pochi condannando i molti alla catastrofe.

(dm)