Archivio per la categoria ‘energia’

terradi Fabrizio Biolé

Martedì 23 aprile alle 13 presso la Sala dei Presidenti di Palazzo Lascaris presenterò alla stampa, alla presenza del Professor Luca Mercalli e dell’Ingegner Angelo Tartaglia, il mio Ordine del Giorno (sottoscritto già da diversi altri colleghi consiglieri, quali Monica Cerutti, Tullio Ponso, Angela Motta)  “La Terra non si governa con l’economia. Le leggi della natura prevalgono su quelle dell’uomo”, col quale intendo impegnare il Consiglio Regionale ad affrontare finalmente la non più rimandabile questione posta nell’omonimo appello a gennaio 2013 da più di 460 docenti e ricercatori italiani attivi nel Paese e all’estero, primi tra tutti proprio Mercalli e Tartaglia.

L’appello costituisce, a mio avviso, un esempio di alta onesta intellettuale e grande coraggio – circostanza rara in questo periodo di oscurantismo culturale e tecnicismo istituzionale – perché rompe il lungo, assordante silenzio sullo stato della situazione globale nell’attuale epoca storica.

Si tratta di una situazione allarmante e in rapido deterioramento, considerando le principali tendenze generali in corso come: l’aumento della popolazione, il riscaldamento climatico, la perdita di biodiversità, l’esaurimento delle risorse, l’instabilità politica, la carenza alimentare, la distruzione di suolo fertile, l’accumulo di rifiuti tossici e l’inquinamento persistente nell’aria, nelle acque e nei suoli oltre alla scarsità d’acqua potabile.

Significativamente, l’appello contiene anche una denuncia chiara del dominio culturale del dogma della crescita: crescita della finanza come unica modalità di progresso, crescita della ricchezza come forzata unità di misura del benessere, crescita della produzione come unico rimedio alla delocalizzazione, crescita dei consumi come unica soluzione allo smantellamento industriale.

Nonostante la complessità e la quasi irreversibilità dei processi in atto nel mondo sociale e naturale, la  crescita è, infatti, in ogni campagna elettorale e nelle dichiarazioni ufficiali prospettata come l’unica soluzione possibile ed efficace alla crisi in atto.

In disaccordo con il pensiero unico “crescista”, Mercalli, Tartaglia e gli altri firmatari auspicano e chiedono di prendere in considerazione un radicale cambio di paradigma culturale. In particolare, come ripreso dal mio Ordine del Giorno relativamente al’istituzione di competenza, propongono di aprire un dibattito pubblico, rigoroso e documentato sulla situazione, anzitutto riconsiderando un punto di vista ad oggi sistematicamente e volontariamente escluso dal dibattito main-stream dei media: quello della decrescita.

Il concetto che più intendo sottolineare è la solo apparente aleatorietà dei concetti espressi nell’appello, rispetto alla contingenza legata alle grandi problematiche che affliggono la società piemontese e italiana: niente di più falso! Cambiare punto di vista come rappresentante istituzionale, così come cittadino, rende molto più affrontabili anche le questioni più concrete, non fosse altro che per le soluzioni “laterali” che in questo modo si riesce ad elaborare.

L’invito è dunque per martedì 23 aprile alle 13 in Sala dei Presidenti, via Alfieri 15, Torino.

bicchieredi Fabrizio Biolé

Nonostante per ben due volte i cittadini  italiani (e i piemontesi) si siano espressi contro lo sviluppo della filiera elettronucleare, è importante sottolineare continuamente che le conseguenze della filiera conclusasi negli anni ’80 sono ricadute, ricadono e, ahinoi, ricadranno ancora per molti lustri sulla salute, sull’ambiente e sulle casse pubbliche!

Mai è stato definito dai governi succedutisi in questi trent’anni un deposito definitivo su suolo italiano; treni speciali con scorie e residui attraversano costantemente nottetempo i territori del nord Italia alla volta ora della Gran Bretagna, ora della Francia, ora degli Stati Uniti; il rischio di un disastro di dimensioni apocalittiche, dovuto alla presenza del 90% dei residui di filiera sulle rive della Dora, a Saluggia, in provincia di Vercelli, è sempre in agguato, dopo essere stato miracolosamente scongiurato durante le alluvioni del 2001.

Nessun piemontese si può dire sicuro, nessun territorio della nostra regione è matematicamente salvo in caso qualche cosa andasse storto. Appena di giovedì scorso la notizia allarmante di perdita di liquido da una vasca, la WP719, dello stabilimento Eurex. Qui è stoccato il materiale liquido, il più pericoloso perchè difficilmente contenibile, quello che desta la preoccupazione più grande nella popolazione tutte le volte che sul territorio si abbattono delle piogge abbondanti.

Non è una novità la pericolosità e l’emergenzialità della situazione. Piuttosto l’elemento nuovo è che al limite massimo di riempimento della vasca, dovuto appunto alle precipitazioni atmosferiche succedutesi, si aggiunge il rinvenimento di due fessurazioni nella parete della stessa, dalle quali sta fuoriuscendo liquido con tracce di Cesio e Americio il quale, giocoforza, percola sul suolo circostante.

Come rappresentante istituzionale pro tempore, sono veramente idignato e molto preoccupato per le eventuali conseguenze, per questo depositerò immediatamente una interrogazione urgente all’Assessore Ravello. I cittadini hanno diritto di sapere che cosa è successo, che cosa non si è fatto, che cosa attendersi come conseguenza della fuoriuscita di liquido radioattivo. E la Regione si deve rendere conto che diventa ormai imperativo risolvere una volta per tutte la questione nucleare piemontese, alla radice, con programmi ben definiti ed è intollerabile che centinaia di migliaia di cittadini siano costantemente nel terrore che un semplice temporale possa irrimediabilmente contaminare i pozzi dell’acquedotto del Monferrato, uno dei più importanti della nostra regione!

incdi Gruppo Consiliare Progetto Partecipato

Il 30 aprile 2013 presumibilmente entrerà in funzione l’inceneritore di rifiuti cosiddetto del Gerbido, progettato, costruito e gestito da TRM (società pubblica di diritti privato) e il cui costo è di circa 450 milioni di euro di fondi pubblici, attraverso il sistema del project financing che vizia ogni tentativo di diminuzione della produzione di rifiuti e buona parte della filiera della raccolta differenziata, per non parlare dell’installazione di impianti per il trattamento a freddo, in quanto all’impianto deve essere garantito un quantitativo di rifiuti pari a 420 mila tonnellate l’anno.

L’inceneritore, impropriamente ed inganevolmente definito “termovalorizzatore”, rappresenta la fase terminale di “smaltimento” dei rifiuti, ovvero nella pratica la trasformazione dei rifiuti solidi residui dalla raccolta differenziata in sostanze volatili – quindi a maggior diffusione – pericolose per l’ambiente e la salute umana (diossine, furani, polveri ultrafini, metalli pesanti come arsenico, cadmio, cromo, mercurio, piombo, ecc.) in quanto assumibili per via aerea.

La concentrazione di sostanze nocive si accumula inoltre nei tessuti attraverso i vari passaggi della catena alimentare (suolo, vegetali, animali, uomo), provocando danni alla salute umana.

Oltre a fumi e polveri volatili, l’incenerimento produce comunque un 31% di rifiuti da smaltire in discarica, di cui il 24% come inerti e il 7% di ceneri tossiche che vanno in stoccaggi dedicati per rifiuti pericolosi.

Gli unici vantaggi di un “mostro” come quello del Gerbido sono quelli economici, enormi per chi concorre ala sua costruzione e alla sua gestione, infatti i cittadini ci rimetteranno risorse (soldi pubblici) e salute, i Comuni saranno indebitati per molti anni e l’ambiente ci rimettera in termini di inquinamento dell’aria e del suolo. In più la garanzia di ciclo continuo si avrà solo con la combustione di enormi quantità di gasolio e derivati del petrolio.

Per questo la politica dello smaltimento tramite incenerimento non avrebbe alcun senso se non fosse viziata dagli incentivi e dall’ottusità di molti amministratori.

Sarà l’ARPA Piemonte a gestire tra le altre cose il sistema di monitoraggio e controllo dell’aria nella zona del Gerbido. Ma, per poter garantire risultati oggettivi e affidabili, vista l’ormai presumibile impossibilità di impedire l’accensione dell’impianto, a partire dal 16 febbraio, il Coordinamento No Inceneritore – Rifiuti Zero di Torino ha avviato una nuova campagna per denunciare i danni alla salute e all’ambiente che provocherà l’inceneritore del Gerbido.

Si tratta di una raccolta fondi tra tutti i cittadini (indicativamente sono sufficienti 5 euro a testa) per finanziare uno studio indipendente sulla concentrazione di metalli pesanti nell’organismo umano, attraverso una prossima raccolta dati sulla popolazione infantile che vive nella zona adiacente all’inceneritore, indicativamente tra i 3 e i 6 chilometri di distanza, zona più a rischio secondo la pur scarsa letteratura pregressa.

La correttezza e la scientificità dello studio verrà certificata dai medici dell’ISDE (Associazione Medici per l’Ambiente) mentre il finanziamento da parte della cittadinanza sarà garanzia di un’azione obiettiva e indipendente.

Se verranno riscontrati aumenti di tali sostanze, nel tempo saranno avviate nuove azioni legali che utilizzeranno questi dati scientifici per formalizzare la dimostrazione che la salute peggiora proprio a causa dell’inceneritore.

Il Coordinamento No Inceneritore Rifiuti Zero sarà dunque pronto e attrezzato per denunciare con prove certe i danni patologici, inchiodando alle proprie responsabilità anche gli amministratori degli Enti Locali, in particolare i sindaci, cui spetta il compito istituzionale di tutori della salute dei cittadini.

La raccolta fondi del Coordinamento No Inceneritore Rifiuti Zero, cui ho voluto contribuire con una somma del conto Progetto Partecipato sarà organizzata con gazebo in varie parti della città di Torno e nel circondario, iniziative pubbliche e incontri sul territorio. Tra le prossime ritengo utile segnalare l’assemblea di giovedì 14 marzo alle  21 a Rivalta organizzata dalla stessa aministrazione comunale. Si terrà al Centro Incontri “Il Mulino” in via Balegno 2.

Sul sito  www.rifiutizerotorino.info il calendario completo e la possibilità di contribuire online tramite versamento con Paypal.

Fermiamo tutti assieme questa politica assassina!

terradi Gruppo Consiliare Progetto Partecipato

Il paradigma culturale dominante della nostra epoca è:l’aumento e la diffusione del benessere è possibile esclusivamente con la crescita degli indici di produzione e consumo.

Due considerazioni conseguono da tale assunto:

1)      se non c’è crescita, non c’è benessere: questa situazione è chiamata “crisi”

2)      se si vuole di nuovo il benessere, bisogna crescere: questa è l’unica soluzione atta a risolvere la “crisi”

Questa costruzione sillogistica “la crescita ci ha fatti vivere bene” – “se adesso viviamo male è perché non c’è più crescita” – “se vogliamo viver bene dobbiamo ritornare a crescere” è un paradigma culturale: a suo suffragio, infatti, centinaia di milioni di articoli sono stati scritti da accademici, politici e intellettuali dalla fine della Seconda Guerra Mondiale fino ad oggi, cioè nel periodo storico iniziato con la poderosa ascesa della parabola della crescita – materiale prima, finanziaria poi – ed oggi contrassegnato da una crisi che segna la fine di quella parabola.

Tale paradigma culturale, inoltre, è dalla Seconda Guerra Mondiale dominante su ogni altro, per due essenziali ragioni.

Da una parte, tranne rare ed effimere eccezioni, i media e i governi hanno sistematicamente sempre criticato e avversato chi durante la fase del benessere sosteneva che quello della crescita non fosse l’unico modello di produzione e consumo possibile: per esempio, perché non sostenibile umanamente, a causa dell’alto costo inflitto alla maggioranza dell’umanità da un sistema concepito per garantire benessere esclusivamente ad una minoranza dell’umanità.

Dall’altra parte, tranne rare ed effimere eccezioni, dall’inizio della crisi i media e i governi hanno sistematicamente sempre criticato e avversato chi sostiene che per risolvere la crisi occorre considerare non solo i fattori umani bensì anche ambientali: ovvero, il costo inflitto alla natura per far ripartire un sistema concepito per concentrarsi sui bisogni della produzione e del consumo dell’umanità senza neanche verificarne gli effetti sulla propria specie – in primis squilibri demografici e di qualità della vita, nonché guerre, carestie ed emigrazioni – sugli altri esseri viventi del pianeta – animali e piante – sugli ecosistemi – oceani, foreste, ghiacciai, barriere coralline ecc. e sui cicli biologici – per esempio, quello dell’ossigeno e dell’anidride carbonica o quello della riproduzione delle specie.

Con un appello sintetico e documentato, un gruppo di scienziati e ricercatori italiani (tra cui Luca Mercalli, Presidente della Società Meteorologica Italiana, e Angelo Tartaglia, docente al Politecnico di Torino) sfida il paradigma dominante: sfida il dogma della crescita, affermando che non vi può essere una crescita infinita – cioè senza limiti nel tempo e nello spazio – in un mondo di risorse finite – ovvero sono presto o tardi soggetto comunque all’esaurimento, a prescindere dalle tecniche ideate e usate per prevenirlo, controllarlo o nasconderlo.

Nessuno delle centinaia di firmatarie e dei centinaia di firmatari dell’appello “La Terra non si governa con l’economia. Le Leggi di natura prevalgono sulle leggi dell’uomo” si propone di dissimulare la gravità e la vastità della crisi in corso.

Tutt’altro.

Il loro primo intento è quello d’informare sull’esistenza d’una crisi più complessa e grave di quella che ci viene presentata come una crisi semplicemente economica, o culturale o politica o sociale o tutte queste tipologia di crisi insieme.

Ampliando ulteriormente il campo d’indagine, essi affermano piuttosto che l’attuale crisi sia anche economica, culturale, politica e sociale ma innanzitutto si manifesti come crisi ambientale, una crisi per altro sempre più nefasta ed irreversibile mese dopo mese.

La crescita, essi affermano, è il paradigma fondante i “programmi dei governi”. Se prima della crisi la crescita economica comportava la decrescita della naturalità del pianeta, con “costi immani”, essi notano come a partire dal 2008 “le risorse finanziarie degli Stati sono insufficienti” a sostenere la crescita. Oltre che risultare costosi ed inefficienti, i programmi dei governi basati sulla crescita sono “irrealizzabili a causa dei limiti fisici del pianeta”.

Tuttavia, prendendo atto del fatto che la questione della sostenibilità ambientale sia stata “estremamente marginale nelle politiche nazionali degli ultimi 20 anni” e sia “oggi assente dalla campagna elettorale”, i promotori e firmatari dell’appello avanzano una proposta chiara e urgente.

Poiché il “complesso di leggi naturali che governa insindacabilmente il pianeta da 4,5 miliardi di anni non è disponibile a negoziati e non attende le decisioni umane”, l’appello avanza la richiesta precisa e forte di un “confronto rigoroso e documentato con tutte le discipline che riguardano i fattori fondamentali che consentono la vita sulla Terra – i flussi di energia e di materia – e non soltanto i flussi di denaro che rappresentano una sovrastruttura culturale dell’Umanità ormai completamente disconnessa dalla realtà fisico-chimico-biologica”.

A noi la scelta: se accettare il paradigma dominante, con la sua intrinseca insostenibilità umana ed ambientale e la sua crisi non risolvibile ricorrendo nuovamente alla crescita, a differenza purtroppo di come ostinatamente i governi decidono d’agire.

Oppure sfidare l’idolo della crescita: sulla base di dati certi, non di “cortine d’indifferenza” determinate dalla propaganda dei media.

Smettere di credere nel mito della crescita può forse non esser l’antidoto alla pericolosa crisi che l’umanità e il pianeta stanno attraversando: sicuramente, cambiare il nostro paradigma è il primo passo per costruire un mondo più a misura di chi ci vive – uomini, animali, piante, ecosistemi, ecc. – e non di beni senza vita come il denaro.

Condivido appieno questa proposta al confronto.  Perciò ho depositato un ordine del giorno.

Ritengo infatti che il Consiglio regionale debba attivarsi per garantire questo confronto, così strategico per il nostro presente e vitale per il nostro futuro: tra chi difende il fallimentario e crudele paradigma dominante all’origine della crisi in corso e chi vuole invece costruire qui e subito un’alternativa, oltre il dogma della crescita infinita che assicura profitto infinito per pochi condannando i molti alla catastrofe.

(dm)

treno

di Fabrizio Biolé

Nella notte tra lunedì 14 e martedì 15 gennaio 2013 ha nuovamente attraversato cinque province piemontesi l’ennesimo pericoloso carico di materiale radioattivo destinato al riprocessamento in Normandia. Come sempre le informazioni si potevano trovare solo su blog e siti indipendenti o sui social network e la strategia dell’“omertà istituzionale”, ufficialmente dettata da timori di attentati, ha continuato la sua annosa efficacia.

In sintesi: il nuovo passaggio del contenitore, su gomma da Saluggia a Vercelli e su ferro da Vercelli alla Valle di Susa, passando per Alessandria, Asti e Torino, per poi “espatriare” a Bardonecchia, richiama la grave problematica della mancata informazione preventiva alle popolazioni che nei territori interessati vivono e lavorano.

L’Europa ci impose trasparenza verso i cittadini con le Direttive Euratom del 1989, spirito che il Consiglio Regionale del Piemonte recepì nella legge 5 del 2010; nel frattempo il D.P.C.M. 44 del 2006 varato da Silvio Berlusconi, tralasciò ogni indicazione sull’informazione preventiva, e in seguito le delibere regionali della Giunta Cota che trattano il trasporto di materiale irraggiato, prima tra tutte la 25-1404 del 19 gennaio 2011, fecero lo stesso. E’ tuttora giacente un ricorso al TAR del Lazio, di cui sono uno dei sottoscrittori, che chiede proprio la loro impugnativa.

I problemi, nonostante l’ineccepibile niet degli italiani sul ritorno al nucleare, rimangono preoccupanti a tanti livelli: primo tra tutti l‘inadempienza dei governi nazionali succedutisi, nell’individuazione del deposito nazionale per le scorie risultanti dall’ex filiera elettronucleare italiana, poi l‘illegittimità degli atti nazionali e regionali menzionati, che fungono da alibi affinchè non ci sia un’informazione preventiva alla popolazione, per non parlare della disinvolta cessione ai francesi del plutonio residuo nel materiale trasferito, che sarà utilizzato a scopo militare!
A ciò aggiungo una problematica tutta piemontese: il deposito “temporaneo” di oltre il 90% delle scorie solide e liquide presenti in Italia, presso Saluggia, provincia di Vercelli, in una struttura sulle sponde del fiume Dora.

Ciliegina sulla torta: dopo aver subito il riprocessamento, le sostanze verranno rispedite nel nostro paese, entro il 2025, ancora irraggianti e potenzialmente pericolose, per una presumibile odissea alla volta di un deposito che prevediamo a quell’epoca ancora non identificato.

Bocche cucite per paura di attentati, si diceva..:non è forse un attentato ai propri cittadini affrontare in modo così superficialmente autoritario una problematica così estesa e impattante in termini spaziali e temporali?